Cavallo della Chinea
Il termine Chinea, o acchinèa, identifica storicamente il prestigioso cavallo bianco di razza che il Re di Napoli offriva annualmente al Sommo Pontefice come segno di vassallaggio e pagamento del censo feudale dovuto allo Stato Pontificio. Questa cerimonia solenne, documentata con particolare risalto tra il 1472 e il 1788, si svolgeva tradizionalmente il 29 giugno, in occasione della festività dei Santi Pietro e Paolo, quando il tributo veniva trasportato a Roma proprio sulla groppa dell'animale, destinato poi spesso al tiro del cocchio papale o ai solenni cortei di possesso delle cattedrali romane.
La città di Bisignano divenne il centro d'elezione per l'allevamento di questi esemplari grazie all'opera dei Principi Sanseverino, in particolare sotto Pietrantonio e Nicolò Bernardino II, i quali curarono con estrema dedizione la selezione della razza. I cavalli bisignanesi, descritti come eleganti, veloci e dal carattere generoso, erano noti anche con il nome di burrelle, come riportato dallo storico Scipione Ammirato nel 1580. L'etimologia del termine deriverebbe dall'inglese Hackney, località rinomata per i cavalli, trasformato dal volgo in acchinèa e infine in chinea. La qualità superiore di questi destrieri era tale che il Principe Pietrantonio li mise a disposizione dell'imperatore Carlo V durante le sue vittoriose campagne militari.
Il prestigio internazionale della chinea di Bisignano è testimoniato dalla letteratura classica, in particolare da Alessandro Tassoni che, nel suo poema eroicomico La Secchia Rapita (1622), descrive la dea Pallade mentre cavalca proprio una chinea proveniente da questi allevamenti. Il legame identitario tra la comunità e l'animale è sancito dallo stemma civico di Bisignano, che raffigura un cavallo bianco sfrenato mentre galoppa senza guida tra due monti su un campo azzurro. In ambito araldico, l'animale simboleggia la nobiltà equestre e militare incaricata della difesa della città, mentre l'assenza di una corona sul cavallo manifesta storicamente lo spirito di indipendenza e la fierezza della popolazione locale rispetto ai poteri costituiti.
Con il declino del Principato dei Sanseverino e la fine dell'obbligo del tributo verso la fine del XVIII secolo, la razza originaria andò progressivamente scomparendo, rimanendo preservata fino alla prima metà dell'Ottocento esclusivamente dalla famiglia Boscarelli. La memoria di questa eccellenza produttiva sopravvive ancora oggi nella toponomastica locale, attraverso denominazioni di contrade come Cavallerizzo, che richiamano l'antica funzione di centro di addestramento e selezione equestre.